grazie, marta!

sono preso nel turbine di questo tifone generazionale dove sei tutto e niente. dove hai mille possibilità, ma sembra che non hai mai nessuna scelta. dove sognando un futuro, ci stiamo facendo fottere un presente.
a volte la scrittura mi sembra davvero un’ancora di salvezza.
un modo per guardarsi ancora dentro e cercare di capirci qualcosa.
un modo per capire tutto quello che succede intorno. o molto più semplicemente per osservarlo meglio.
(21/01/2011, schegge sparse tra la posta di facebook)

Certe notti, mica sempre…

Certe notti, mica sempre, prima di prender sonno, giusto un attimo prima, anche a me è capitato di pensare alla morte. Non alla morte in generale, questo no. Non a quella delle guerre e delle stragi, nè tantomeno a quella tutt’intorno. No. Non quella. Un attimo prima di addormenarti, quando immerso nel buio tutto il mondo tace, è alla tua, di morte, che pensi.

Ma perchè cazzo tutto deve spegnersi così, ad un certo punto? Consideravo proprio ieri. Perchè ad un certo punto è il buio che deve inghiottire tutto? Prevalere sulla luce. La nostra luce. La mia luce.

Già, perchè quando mi spegnerò io, la luce d’intorno rimarrà tale. Sarà pure un buio assoluto, ma squisitamente personale. Un buio senza fondo, una grande fine, come infinitamente grande fu l’inizio. O meglio, il prima dell’inizio.

In fondo, a pensarci bene, non siamo che una piccola luce in un grande buio. E se è così, Dio solo sa quanto non sia preziosa anche la più piccola scintilla di quella luce.

Ed io ho percepito nitidamente, per la prima volta, come sia importante brillare, in quel buio. Proprio per non esser parte di quell’oscuro vuoto, per non esser quel buio medesimo.

Brilliamo allora, piccola mia.

Brilliamo senza paura.

E’ solo in virtù di quella luce che chiamiamo vita che riuscirà ad avere un senso quel buio chiamato morte.

squarci di luce…

Non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti, di parole, di parole scelte sapientemente, di fiori detti pensieri, di rose dette presenze, di sogni che abitino gli alberi, di canzoni che facciano danzare le statue, di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti. Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.
Alda Merini

Ispirazioni sulla tazza del cesso alle 7.18 di un sabato mattina (lavorativo)

Penso che il miracolo dei nostri tempi sia che così tante persone riescano a scrivere tante parole che non significano assolutamente nulla. Provateci qualche volta. E’ quasi impossibile scrivere parole prive di significato, eppure loro ce la fanno, lo fanno continuamente e senza posa.

[...]

Non si può scrivere senza vivere e scrivere tutto il tempo non è vivere.

Charles Bukowski

per Go. Bi.

http://soundcloud.com/toniaugello/gobi

Dove le parole non possono, riesce la musica …

Condicio sine qua non…

<< Che musica fate? >>, mi scrisse un giorno Lo.

<< La domanda esatta è, più che altro, in che condizioni! >>, le risposi io.

Seguirono una serie di mail al suo indirizzo nelle quali cercavo di darle un’idea.

Un contesto dannatamente condizionante, insieme alibi e prova dei nostri limiti.

Se voleva arrivare alla nostra musica doveva partire da lì.

Condicio sine qua non.

Prendere o lasciare.

Lei prese.

Ed io lasciai queste due righe.

(da pag. 4 di “Sto cercando di smettere”, Zona editrice)

deliri…

“Il saggio non può avere fine, pensai, e l’idea che il saggio non potesse avere fine mi spaventò e mi esaltò. Prima mi spaventò, poi mi esaltò.”

V. Trevisan – I quindicimila passi

Oro rosso

Oro rosso.

Lo facevamo per soldi, Lo. Già detto.

Solo per soldi.

Sporco, vile, fottuto, indispensabile denaro…

Rimanerne senza, soprattutto d’estate, era un gran bel casino. E noi lo sapevamo bene.

Bisognava rimediare almeno quanto bastava per tenere in piedi una serata.

Non che ne andassimo particolarmente fieri, ma quello era un modo pratico e senza vincoli di sorta per raggiungere lo scopo.

Quando avevi bisogno, ti presentavi.

Sveglia alle 4 e 30.

Partenza alle 5.

Arrivo sul posto 5.30 ca. e inizio delle ostilità.

Partivamo con una lentezza straordinaria.

Tornare a casa due o tre ore prima non favoriva grandi recuperi.

Ma per quelli come noi che si piegavano presto, il grosso del lavoro bisognava riuscire a farlo prima che la palla di fuoco si alzasse. Il “poi” non era roba per tutti.

Non lo credereste mai così cocente il sole sopra il Tavoliere un attimo dopo le prime luci dell’alba. Lì, nel bel mezzo di un campo spaccato dalla sete. Costellato da pomodori e pomodori, sparsi a terra come pepite, e sciami di persone a caccia dell’oro rosso.

Quando il sole saliva appena un gradino sopra l’orizzonte era fatta. Pareva volesse montarti direttamente in groppa, costringendoti al suolo. Sopra di lui nessuno mai.

Per vincere quella sfida dovevi in un certo senso arrivare a far parte di lui, o lui di te. Che diavolo ne so. Una specie di questione di metabolismo. Dovevi arrivare a metabolizzare il sole. Si. Riuscire ad assorbirlo, assimilarlo e in qualche modo farlo fuori senza che ti rimanesse impallato dentro.

Lentamente. Con indifferenza bovina fino alla fine della giornata. Quell’idea mi davano i tanti extracomunitari coi quali lavoravamo gomito a gomito.

Una cazzo di impresa.

Tuttavia era l’unico modo per riuscire a portare a casa qualcosa.

Una cassetta 1.000 lire.

Sradica, scuoti. Pomodori a terra e pianta di lato.

13 cassette per un cassone.

Sradica, scuoti. Pomodori a terra e pianta di lato.

1 cassone per un paio di birre fredde.

Sradica, scuoti. Pomodori a terra e pianta di lato.

2 cassoni: birre, bruschetta e carne arrosto.

Sradica, scuoti. Pomodori a terra e pianta di lato.

4 cassoni, e ci esce pure la serata in disco a “La Collina”.

Sradica, scuoti. Pomodori a terra e pianta di lato.

Recitavo sta litania nella mia mente senza tregua.

Pensare alla meta, a volte, può distrarre dalla durezza del viaggio.

Una specie di tamburo battente che scandiva il ritmo di quelle operazioni monotone.

Ma non c’era tamburo che reggeva.

Più il sole si alzava, più il ritmo calava inesorabilmente. I solchi diventavano più lunghi, le radici sempre più ostinate, l’odore dolciastro dei pomodori marci asfissiante.

Più il sole saliva, più ti avvicinavi al terreno. Iniziavi piegato. A mezz’altezza tra i tuoi sogni e la realtà. In poco tempo ti ritrovavi mani, piedi e ginocchia a terra, sprofondato praticamente con tutto il corpo nella dura realtà.

Era inevitabile arrivare a maledire la pastasciutta.

Iniziavi a prendertela con gli spaghetti. Dietro la loro semplicità si nascondeva tutto quel duro lavoro. Trasversalmente, non potevi fare a meno di considerare il crudele bisogno di  salsa che richiedeva la pizza.

Poi era il turno delle lasagne. E ad un certo punto avresti infierito perfino contro gli involtini siciliani.

È assurdo il movimento di pensieri che accompagna le esperienze più toste.

Più che da angolazioni diverse, ti sembra di vedere le cose da dentro.

Ed io avevo visto fin troppo.

Fu per amore che decisi di abbandonare tutto.

Non avrei permesso che tutto quell’odio si intromettesse tra me ed il mio primo preferito.

Mi alzai barcollando. Dietro di me c’erano tutti i pomodori che avevo scrollato a terra. Un esile rivolo rosso che aspettava di essere convogliato nelle cassette.  Lo feci e mi recai dal capo campo.

Sconfitto.

Mi pagò con un ghigno di strafottente disprezzo.

Effettivamente avevo salvato gli involtini, ma non ero riuscito a mettere in piedi la serata che speravo.

Tratto da “Sto cercando di smettere”, libro + cd. Zona editrice.

Cuore Pirata

Chiudi gli occhi e tieni il vento…

http://soundcloud.com/toniaugello/cuore-pirata-noar

(brano tratto da “Penna e corde” di Noar)

Sto cercando di smettere, secondo Bek

Ci sono giorni in cui il mondo ti urla addosso ogni sorta di cattiveria, e solo il silenzio di una libreria ti può salvare.
Libreria Fahrenheit: a mio parere uno dei posti più belli di San Giovanni Rotondo. Mi aggiro senza meta tra gli scaffali. <<E questo che roba è?>>.

Dalla copertina Marlene Dietrich in black&white mi osserva: <<Oh, mais oui! C’est très chic!>>.

Leggo il titolo: “Sto cercando di smettere”

<<No, non può essere il manuale di un fumatore pentito>>.

“Mail a Lo e altre memorie di un presunto Rocker di provincia”

<< Oh mio Dio! Qui c’è qualcuno che soffre di allucinazioni!>>

“Libro + CD” << Ah, però! >>

Infine, la prova clou che ogni libro deve superare prima di entrare a far parte della mia libreria: la lettura dell’ultima pagina. Tralasciando i dettagli sul perché io legga l’ultima pagina dei libri prima di comprarli, vi dirò solo che l’ultima pagina di “Sto cercando di smettere” si intitola “Sipario”, ed è in sostanza un elenco di eventi, che si arricchisce di significati ed interpretazioni diverse ogni volta che lo si legge.

Prova superata. “Sto cercando di smettere” si trova nello scaffale in basso a destra della mia libreria.

Cominciano così la lettura e l’ascolto di un libro sonoro fatto di parole e musica, narrante una storia comune a tutti coloro che, almeno una volta nella vita, hanno accudito, coccolato, cresciuto e amato un sogno, ma che raggiunta l’età adulta, si sono dovuti accontentare delle briciole che di quel sogno sono rimaste: una magra consolazione, tanto che a volte diventa inevitabile smettere.

Musica e parole: “Penna e corde” e “Sto cercando di smettere” si intrecciano in un corpo unico, l’uno è il complementare dell’altro. Il libro parla di musica attraverso la storia del presunto rocker di provincia e i testi delle canzoni contenute nel CD. La musica, puro rock made in Italy, scorre lenta giù per il condotto uditivo fino ad inondare ogni singola cellula, e acquista un ulteriore fascino dopo aver scoperto nel libro quale storia travagliata l’accompagna.

Il tocco di classe: l’enorme quantità di citazioni tratte da libri, film e testi di canzoni; credetemi, per una che colleziona citazioni su di un quaderno che chiama “quaderno delle suggestioni” , trovarne così tante in un unico libro, è davvero il massimo.

Vorrei concludere con un pensiero tratto da “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa:
“Ho avuto grandi ambizioni e sogni turgidi – ma i sogni li hanno avuti anche il garzone e la sartina, perchè tutti sognano. Quello che distingue le persone le une dalle altre è la forza di farcela, o di lasciare che sia il destino a farla a noi. Nei miei sogni sono uguale alla sarta e al garzone. Sono diverso da loro solo perchè scrivo. Si, la scrittura è un atto, una mia realtà che mi contraddistingue.”

Direi che “Sto cercando di smettere” è un tentativo, molto ben riuscito, di prendere a calci in culo quel “destino” che si accanisce così tanto contro i sogni di ognuno di noi; è un potente megafono che urla in faccia a quel famigerato “fato” il suo: <<NO! IO NON CI STO! Non sarai tu ad averla vinta, nemmeno quando sto cercando di smettere>>.

Bek

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