I numeri di WordPress del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 640 volte nel 2014. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 11 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Il futuro è adesso

ll cuore prese a tamburellargli nel petto. Rinserrò la presa delle sue mani ai sostegni dell’autobus e si concentrò sull’America, mentre il mezzo fendeva il mondo in due. Nonostante avesse individuato la donna, il Guru non riusciva a trattenersi dal gettare sbirciatine fuori. I bar coi loro infiniti caffè da servire sui sottotazza già in attesa sul bancone, le edicole con le solite brutte notizie a caratteri cubitali, gli attacchini ad affiggere manifesti pieni di belle speranze e false promesse. Struggente poesia in germe tra le righe della decadenza quotidiana. Missione Futuro, recitava un manifesto che catturò l’attenzione di Jimi. Sotto una gigantesca luna gialla, dalla quale si dipartiva una navicella arancione, lesse la firma del Don. Sorrise. Forse lo aveva ispirato il lancio del Soyuz nello spazio con a bordo la prima donna italiana della storia. Non c’è che dire, quanto a fuga di cervelli Samantha Cristoforetti aveva stracciato tutti. Il futuro è adesso, Don. Rimuginò tra se Jimi. Altro futuro non esiste. Sono tutte stronsate. Inventate perché nel frattempo si deve aver poco da pensare a tutto il porcaio che fanno i furbi. Bravi loro, a rimandare ogni cosa a domani per noialtri, mentre imperterriti continuano a fottersi tutto. Jimi, uno che dopo il ménage à trois con Al e Tommi si era fatto un’idea di come funzionava il giocattolo. Neanche le ossa ci han lasciato, caro Don. Tu e il Boss ci credete ancora in qualcosa. Ed io vi stimo. Ma io, io non credo più in niente. Credo solo che la bellezza può passarti davanti agli occhi in un fuggevole istante e non ripassare mai più. Per questo motivo abbiamo il diritto di provare ad acciuffarla, la bellezza. Nella speranza di graffiarne almeno un po’ con la punta delle unghie. Una striscia. Un pezzo. Un granello. Uno spillo. Uno squillo. Quello della fermata prenotata. La gente risorge dalla propria trance pseudo comunicativa. Scende in massa. Il signore col cappello è ancora lì a fissare inutilmente fuori. L’America non c’è più. Casso. Impreca. È scesa. La vede lì, tra altre persone, che si dirige verso le Poste. Le Poste, appunto, il chiaro esempio che il futuro non esiste. In quella direzione ci sono anche gli uffici della Asl, le banche, l’immancabile negozio di telefonia, un altro bar. Si butta giù quando le porte dell’autobus si stanno già richiudendo. Atterra in modo maldestro. Si ricompone, raccogliendo i capelli dietro le orecchie. E si muove dietro naso e baffi incontro alla donna, pur mantenendo la debita distanza. Lei si muove proprio verso l’ufficio postale. Lui è dietro due persone che vengono risucchiate dal bar alla loro destra. Si ritrova così a ridosso dell’America, davanti la porta dell’ufficio, mentre lei la sta aprendo. La donna si accorge dell’ombra alle sue spalle e tiene il varco aperto qualche altro istante per permettere di entrare a chi le viene dietro. Si volta per sincerarsi della buona riuscita della gentilezza con un breve sorriso di rito. Jimi sbarra gli occhi. Si ferma. Ho dimenticato le bollette a casa, sbotta. Lei lo guarda stranita. Lui ha già ripreso la strada. In cerca di quell’America che, molto probabilmente, su quell’autobus non è mai salita.

L’uomo col cappello

Appena entrava sull’autobus la gente cadeva in catalessi. Che fossero seduti o in piedi, una volta richiusi gli sportelli e ripartito l’orribile concerto di cigolii, schianti e vibrazioni cosmiche dell’autobus, i passeggeri, capo chino, rimanevano rigidi e silenziosi. Colpito dal fenomeno, quel curiosone di Jimi vi prestò più attenzione. Dimenticò per un attimo il motivo per cui aveva preso il mezzo e si sbilanciò verso i suoi passeggeri più prossimi per cercare di capire. Non dormivano. In contrasto con l’immobilità di tutto il corpo, le mani si muovevano in maniera convulsa sui display dei propri telefoni. Li sovrastavano con tutto il corpo, come se fosse necessario dominarlo, l’apparecchio, per farlo funzionare. Una signora dalle unghia affilatissime, non potendo utilizzare i propri polpastrelli, si affidava ad un sottilissimo pennino bianco in sintonia con i colori del proprio cellulare. Sorrideva compostamente allo schermo, ma diventò di una freddezza glaciale quando le chiesero se il posto accanto al suo era libero. I ragazzi che andavano a scuola non scambiavano mezza parola sulle potenziali interrogazioni della giornata, ognuno preso com’era dall’aggiornamento del proprio profilo. Spinse lo sguardo più avanti. Ma lo scenario era identico. Tutti lì, gli uni accanto agli altri, eppure chiusi in un’imperforabile capsula di solitudine, a ravanare sui propri aggeggi elettronici. La gente era diventata talmente social che non si accorgeva neanche più delle persone che aveva a fianco. La comunicazione si era spinta così avanti che era riuscita a trasformarsi nella negazione di se stessa, un triste gesto solipsistico. Ogni tanto l’autobus si fermava e scendeva qualcuno. Un breve frangente in cui staccarsi necessariamente dall’apparecchio. Ma appena messo piede a terra e ripreso il proprio percorso, il palmo destro era subito pronto ad offrire la ripresa delle operazioni mediatiche. Su quei cosi non vi rimanevano appiccicati solo gli occhi e le mani, ma tutto il corpo e quanto vi era in esso contenuto. Lì volava l’ultimo pensiero del giorno, quando prima di chiudere gli occhi ci si assicurava di aver messo a caricare correttamente il telefono e che non ci fossero più notifiche per noi. Lì tornava con lo spuntar del sole, quando toccando il tasto di accensione ridavi la luce anche a lui per affrontare insieme i post di un nuovo giorno. Nel bagno, mentre svuotavi le viscere, lavavi i denti o sistemavi i capelli. In cucina, dove facendo colazione con le prime cit. appena sfornate, non prestavi più nemmeno attenzione a quello che trangugiavi, ridendo come un deficiente se al posto del tost avevi messo tra i denti il portafogli. E via così, sui mezzi che ti avrebbero portato a scuola o al lavoro. Prima, durante e dopo ogni pausa. Al ritorno. Di nuovo a casa o fuori con gli amici, obbedendo al fischio del padrone come un fedelissimo cane da riporto, tornando a portare occhi e mani sul telefono ogni volta che la suoneria annunciava un tweet, un whatsapp, una notifica o un messaggio su facebook. A volte, bisogna riconoscerlo, col telefono ci si telefonava anche. Jimi ritornò ai passeggeri del mezzo pubblico. Nei pressi dell’autista, vide un uomo col cappello, rivolto con la testa al finestrino. Qualche bella anima si è salvata, pensò senza far caso al bastone bianco con righe rosse saldo tra le gambe e le mani dell’uomo, giunte sulla sua sommità. Accanto a lui la splendida chioma di una ragazza. L’America, cavoli!

Aurore boreali del Gargano

Fu onesto con se stesso. Non era ancora pronto ad affrontare l’America. Nel frattempo però avrebbe potuto almeno capire che lavoro svolgeva. Tanto per avere un’idea più chiara della persona con cui aveva a che fare. Fu così che, un po’ per castigarsi, un po’ per andare fino in fondo, un po’ perché non vedeva alternative, un bel giorno decise che la mattina seguente avrebbe preso l’autobus delle 7.30 che transitava su via Kennedy e faceva una fermata proprio a due passi dall’incrocio con via Mandes. La serietà delle operazioni fu annunciata dall’andare a letto la sera prima alle nove. Strategicamente aveva anticipato ogni domanda di sua madre facendole sapere che un gran mal di testa gli impediva di uscire o continuare a stare sveglio davanti alla tv. Impostata la sveglia e sistemati gli occhiali da vista accanto all’apparecchio, si era coricato ed aveva preso sonno senza difficoltà, come riusciva a fare poche altre cose. Dormì bene. La sveglia lo destò alle 7.10 nella casa deserta. Mise addosso gli stessi indumenti che portava già da quattro, cinque giorni. Entrò nei pantaloni lentamente, come un bagnante che entri in un mare ghiacciato per un bagno fuori stagione. Inforcati gli occhiali da vista raggiunse il bagno, si ravviò i capelli con le mani, ritornò nel corridoio e si mosse verso la porta. Il display del microonde faceva le 7.25. Prese le scale, scendendole con cura. In attesa di qualcosa che arrivò a metà strada tra la porta di casa sua ed il portone che dava sulla strada. Zac. La scossa elettrica che apriva le porte dell’America. Si liquefece. Raggiunse il portone come acqua scaraventata da un secchio in quella direzione. Una ciocca dei suoi capelli lunghi, neri e ed untuosi gli si parò davanti agli occhi. Scivolò senza cadere. Riprese l’equilibrio e proseguì la discesa. Arrivò davanti al suo portone. L’aprì senza indugio e si buttò fuori come espulso da un canale di scolo sulla scia di un potente fiotto d’acqua. Girò la testa a destra e sinistra, ma lei era già sparita. Si lanciò di buona lena su via Kennedy. Raggiunta la strada principale ripeté l’operazione. Guardò da una parte e dall’altra, ma ancora niente. Quindi attraversò e si portò verso la fermata dell’autobus, a pochi metri di distanza, fendendo una soleggiata mattina d’autunno inoltrato. Temperatura mite ed assenza di vento. Gemme nemmeno più tanto rare sul Gargano. Andava ormai in scena tutto l’anno un autunno permanente. Un lungo tappeto di foglie gialle catturò il suo sguardo. Occupava quasi tutto il marciapiede in ogni sfumatura che dal giallo raggiunge il marrone. Una aurora boreale dei poveri che, all’estremità opposta alla sua, un netturbino aveva iniziato impunemente a rimuovere. Quelle foglie gli portarono alla mente le escursioni obbligate con sua padre in cerca di funghi e castagne per i boschi. Deglutì. Cose d’altri tempi, pensò, vedendo i ragazzi zaini in spalla e cuffie alle orecchie muoversi verso le scuole d’appartenenza indifferenti del mondo circostante. Con passo moscio si avvicinava alla fermata dell’autobus. C’era gente, ma a prima vista non vide la donna. Intanto l’autobus sopraggiungeva alle sue spalle e lui si accorse di non avere il biglietto. Facendo attenzione alle auto che ammorbavano la strada in entrambe le direzioni, ritornò sull’altro lato della stessa ed entrò nell’unica edicola di via Kennedy. I tempi in cui faceva il viaggiatore clandestino erano finiti a Milano. Più o meno. Prese l’autobus al volo per l’ingresso posteriore e di lì, vidimato il suo titolo di viaggio, prese a studiare con attenzione la situazione che si articolava sotto ai suoi occhi.

It’s been a long, a long time coming…

Strano. Fu lui a vederla per primo. Nonostante camminasse a testa bassa, come di solito. Percepì nell’aria una sfumatura di rhythm & blues. Qualcosa di vellutato come le parole It’s been a long, a long time coming… in A change is gonna come di Sam Cooke nell’interpretazione di Leela James. Levò lo sguardo davanti a sé e la vide incedere nella sua direzione. Era sul tratto di marciapiede di via Kennedy che andava ad intersecare via Mandes, che rimaneva alla destra della donna ed alla sinistra di Jimi. Parlava al telefono lentamente, incurante che la terra correva a 108.000 km/h intorno al suo asse. Con quello sguardo aperto sul mondo, tuttavia cieco. Lui sbiancò. Prese a tremare come una foglia. Dimezzò l’ampiezza del suo passo. Non per calcolo, ma per la reale difficoltà di portarsi avanti, incontro alla visione che era diventata la sua ragione di vita. Insieme alla bocca gli si asciugarono anche tutte le parole preparate con tanta cura nei giorni addietro. Lei svoltò l’angolo con eleganza felina e lui rimase stordito da tanta bellezza a tale distanza ridotta. Provò la necessità fisica di sedersi, di riprendere fiato, riorganizzare le idee. Non lo fece solo perché in quel tratto di strada non ce n’erano i presupposti. Quando imboccò via Mandes, lei, orecchio ancora incollato al telefono, già apriva il portone e vi spariva dentro, illuminando le scale. Jimi arrivò in un modo o nell’altro al suo portone. Poggiò entrambe le mani sul maniglione a destra della serratura. Casso, bofonchiò, questa donna nuoce gravemente alla salute. Riprese fiato. Cercò le chiavi di casa. In un modo o nell’altro aprì. Richiuse il portone alle sue spalle, si portò la chitarra sul petto, vi si appoggiò contro un attimo prima di salire, ghermendo lo strumento in un tenero abbraccio. Fece le scale come se stesse scalando l’Everest. Aprì la porta di casa. Raggiunse il tavolo della cucina, si sedette. Tirò fuori dalla giacca militare il foglio bianco dove teneva annotati gli spostamenti della donna. Recuperata la penna dalla stessa tasca, scorse i pochi appunti presi in quei giorni. Il sole sorge alle 7.25. Oltre la borsa niente. Trascendentale. E vi aggiunse Coglione!, rivolto a se stesso, seguito da Tramonto ore 19.00. Jimi stai bene, gli chiese sua madre che si era fermata ad osservarlo da davanti ai fornelli, lì dov’era già quando suo figlio era entrato. Jimi saltò sulla sedia, non essendosi neanche accorto di lei. Casso, Mà!, mi hai fatto prendere un colpo! Vuoi un po’ d’acqua, chiese supplichevole la donna. Mi spiace averti spaventato, gli disse con un po’ di preoccupazione che andava a dare rilievo alle rughe agli angoli degli occhi, mentre lui beveva. Ah, non è colpa tua, Mà!, rispose lui candido, scagionandola una volta tanto, felice manco fosse stato il popolo di Israele a cui fosse stata data un’altra occasione per liberare Gesù piuttosto che Barabba e stavolta, in un modo o nell’altro, ci avesse azzeccato. Cosa ti turba allora, Jimi. L’America, rispose.

Io non tremo

Le settimane a seguire scivolarono senza freni. Dopo essersi assicurato per un altro paio di giorni che le 7.25 fossero realmente l’orario di uscita della donna per recarsi a lavoro, si concesse una settimana di ferie per tornare a dormire il sonno dei giusti. Quello beato e senza i sogni bruschi, che pure avevano permesso che si avverasse la classica svolta alle indagini. La settimana successiva, rinfrancato nel corpo e nello spirito, prese a dedicarsi al compito più agevole di provare ad intercettare la donna al rientro. Piantonò le imposte tra le 13.00 e le 14.30. Più che seguire una pista, provava a figurarsela. Se lavorava nel mondo scuola, o come impiegata in qualche supermercato, sarebbe rientrata a casa per pranzo. Ci sperava. In caso contrario l’aspettava parecchio altro lavoro. A seconda della professione, sarebbe potuta rincasare in un orario qualsiasi tra le 15.00 e le 18.30. Tre ore e mezza di picchetto. Una bella rogna, insomma. Non che Jimi avesse chissà che cosa da fare. Ma era il tipo da evitare accuratamente qualsiasi tipo di impegno, soprattutto se a lungo termine. Cozzava con la sua religione. La pigrizia. Congenita, acuta, senza scampo. Per tenersi impegnato durante i turni di guardia aveva preso a figurarsi la scena dell’incontro. Valutava meticolosamente le parole da dire, le espressioni ed i gesti con cui accompagnarle. Di queste considerazioni teneva nota su di un cartoncino a parte, ricavato da uno dei fondi delle confezioni multiple di Ringo da 6, rigorosamente al cioccolato, che consumava durante l’attesa. A volte mangiandoli da cristiano, altre aprendogli in due il ventre e leccandone il ripieno, prima di trangugiare i biscotti. Fierezza, campeggiava in alto al centro, tutto in stampatello. Contornata da leggero sorriso, stava scritto sotto in minuscolo. A seguire, in un campo di battaglia contraddistinto da pesanti sbarrature ed articolati fili spinati di X, si leggeva qua e là qualche complimento. Sei una bella anima. Per esempio. E qualche dichiarazione. Io non tremo. Ispirata dagli Afterhours, ho ragione di credere. Ed altre banalità che al netto di un confronto diretto parevano anche reggere. Considerata la disponibilità di tempo e cartoncini, si era anche prodotto in versi, bozze di testi per canzoni incentrate su di lei, ed anche appositi cartoncini di comunicazione. Sull’intera superficie di questi ultimi si produceva in scritte cubitali come CIAO!, piuttosto che PIACERE, JIMI. Oppure, IO JIMI, TU? Nel bel mezzo di tutto questo sbattimento ogni tanto si concedeva una pausa. Metteva la chitarra in spalla ed andava in sala prove a provare a far stare i suoi testi su qualche giro armonico. Fu tornando l’ultima volta dal Music Lab che si incontrarono. Erano a due passi dall’incrocio di via Mandes, dove abitavano entrambi, e via Kennedy, il corso dove fermava l’autobus e parcheggiavano le auto in sosta. Lei veniva da una parte, lui dall’altra del medesimo lato di marciapiede. Lo stesso che, qualche passo più avanti, sarebbe scivolato alla destra di lei ed alla sinistra di lui nella loro strada e li avrebbe condotti agli ingressi delle proprie abitazioni ad una distanza costante di circa 4 metri, in assenza di colpi di scena.

Il sole sorge alle 7.25

Nonostante l’impegno profuso, anche la seconda settimana stava scivolando via senza niente da rilevare. Il foglio sul tavolo della cucina sembrava destinato a restare una distesa di neve. Il giovedì la situazione si sbloccò improvvisamente, seppur in forza di un fatto del tutto casuale. Sua madre era entrata in camera sua con un vassoio in mano. Soave come sempre. Quasi eterea. Sopra il vassoio la sua tazza per la colazione nella quale impastava regolarmente quintali di pan di stelle, ma dei biscotti nessuna traccia. Da sopra la tazza un velo di vapore. Vede il piano del vassoio inclinarsi progressivamente verso di lui, ancora disteso a letto. Da sotto le lenzuola sbuca solo la sua lunga faccia, con due baffetti regolari sotto al naso pronunciato. Vorrebbe dire qualcosa a sua madre, ma ha le labbra incollate e non riesce a spiccicare una parola. Intanto la tazza inizia a scivolare verso il bordo del vassoio e quando finalmente decide di muoversi è ormai troppo tardi. Tazza e latte bollente si riversano sulle lenzuola. Due onde bianche che si infrangono. Jimi apre gli occhi un attimo prima di avvertire la scottatura, facendo volare simultaneamente le lenzuola. E davanti a lui non c’è più niente. Né sua madre, che non gli ha mai portato la colazione a letto, anche perché esce di casa tutte le mattine per partecipare alla messa delle sette, si reca altrettanto metodicamente al cimitero e, prima di rientrare, fa la spesa. Né il vassoio, né la tazza, né tanto meno il latte. I pan di stelle mancavano già dall’inizio del sogno. Si mise a sedere a bordo letto. Si strofinò gli occhi imprecando, tuttavia sollevato per lo scampato pericolo. Fissò la sveglia. 7.22. Fece scomparire la campana sulle 7.30 e si alzò per andare a pisciare. Divaricò le gambe sul water. Le sue reni si sciolsero in un debole rigagnolo. Scaricò. Riassicurò i suoi flaccidi averi nel pigiamone e si spostò in cucina. Con la vista ancora appannata centrò l’orologio digitale del microonde. 7.26. Zac. Arrivò alle sue orecchie lo scatto elettrico dell’apertura di un portone. Una scarica di adrenalina gli salì dalle pantofole su per le gambe. Intercettò la colonna vertebrale. Gli sfiorò il cuore, facendogli perdere un battito. Giunse sul trampolino della prima vertebra cervicale e di lì si tuffò nel cervello. Una scintilla nella notte. Si ritrovò dietro le ormai celebri imposte come tratto da una mano invisibile, senza la percezione di essersi mosso in quella direzione. Scostò la tenda il necessario per infilarci il naso. Il portone dell’abitazione di fronte si aprì. Maledì mentalmente il fatto di non aver inforcato i suoi occhiali da vista tondi che stazionavano vicino la sveglia durante la notte. Serrò lo sguardo e lo puntò lì dove era momentaneamente concentrato tutto il suo essere. Era lei. La silhouette della donna si stagliò sul marciapiede. La mise a fuoco. Armonia perfetta nel caos cosmico. Eleganza pura sul grigio dell’asfalto e del mondo. Ebbe la sensazione che il portone si chiudesse da solo, dolcemente, alle sue spalle. Un piumino color nocciola cadeva su due esili gambe avvolte in calze di nylon nere, 80 den. Prese a muovere morbidi passi a sinistra in stivaletti neri che ne slanciavano il portamento. Una borsa di media grandezza sul polso di colore non rilevato. Lo sguardo magmatico che la linea perfetta del naso congiungeva alle labbra carnose. Svoltò l’angolo e si dissolse alla vista del pallido Guru, il quale si accorse che doveva riprendere a respirare, se voleva portare a compimento la sua missione. Tornò al mondo come un sub che avesse stracciato ogni record di apnea. Agguantò la penna con mano tremante. Con calligrafia incerta da prima elementare vergò sul foglio quattro parole ed un orario. Il sole sorge alle 7.25.